Milo Infante

blog personale

Il fatto del giorno

“Dietro Preiti l’ombra della ‘Ndrangheta”

Michele Giuttari mastica nervosamente l’immancabile sigaro scuotendo la testa mentre sfoglia i giornali della mattina sparpagliati accanto al suo ultimo romanzo, I sogni cattivi di Firenze.  Oggi è un avvocato e un romanziere di successo, ma nella sua vita precedente è stato uno sbirro di tutto rispetto. Ha diretto per anni la squadra Mobile di Firenze, capo della squadra anti mostro, ma conosce bene anche la malavita organizzata, soprattutto la ‘Ndrangheta che in Calabria ha combattuto per anni.

“Preiti un disperato? Mi dispiace ma non ci credo”, afferma Giuttari. “Ha agito con fredda determinazione, con ferma volontà di uccidere. Qualcuno lo ha armato e lo ha incaricato di compiere un gesto eclatante in un giorno importantissimo per il  nostro Paese. Secondo voi è possibile che una persona che si è preparato con così grande attenzione per settimane, che ha studiato persino il percorso per arrivare a Palazzo Chigi scelga proprio il giorno in cui i politici sono praticamente impossibili da avvicinare? Se il suo desiderio  era quello di colpire la classe politica, ritenuta responsabile delle sue disgrazie, perché non ha agito in un normale giorno di lavori parlamentari, quando centinaia di politici entrano ed escono dai palazzi del potere? Qualcosa non torna. Si è fatto aiutare da qualcuno, magari proprio da chi, come la ‘Ndrangheta, trarrebbe grande beneficio dalla debolezza delle istituzioni e da un momento di incertezza e instabilità. Non sarei stupito se si scoprisse che dietro Preiti ci sia davvero una nuova strategia della tensione”.

Per il dottor Giuttari nelle indagini occorre infatti sempre collocare gli atti in un determinato contesto temporale. “Spesso si scopre che nulla è per caso”, continua Giuttari. “Di Preiti i conoscenti, in primis la moglie, parlano come di una brava persona, un ottimo professionista, bravo padre di famiglia. Ma allora non si spiega perché una persona così irreprensibile sceglie di comprare quattro anni fa una pistola con matricola abrasa come un delinquente navigato ed esperto. Per quanto sia relativamente facile trovare una pistola in Italia non si pensi che sia sufficiente chiedere ai semafori: occorre essere indirizzato nei luoghi giusti, conoscere le persone giuste. Ambienti che una persona perbene certo non frequenta”.

“Ecco perché”, conclude Giuttari, “credo fermamente alla presenza di un regista, in tutta questa vicenda. Speriamo solo che gli investigatori riescano a farlo parlare, non dimentichiamoci che la malavita organizzata sa bene come convincere a mantenere un segreto”.

 

4 commenti

  1. Michela - martedì, 30 aprile 2013, 12:13 pm

    Ho paura che il signor Giuttari ci abbia azzeccato, purtroppo…
    Spero vivamente che la nostra classe dirigente si svegli e si adoperi per il da farsi.. perché è glaciale il sol pensiero che “poveri Cristi” il cui stipendio base è di 1.200 euro ne diventino il bersaglio. E da non tralasciare il fatto che, sempre per i “poveri Cristi”, tutela non ce n’è..e di certo laddove volessero “attrezzarsi” meglio per lavorare è tutto a loro spese (gap adeguato, richiamo di vaccini, etc etc etc..). Informatevi…se ne potrebbe fare un libro!

  2. Vincenzo Leone - martedì, 30 aprile 2013, 02:16 pm

    Perspicace, sempre il “solito“……. Grande, ciaoooooooooooooo

    1. Milo - martedì, 30 aprile 2013, 02:22 pm

      Grazie Vincenzo, a volte basta solo mettere in fila gli eventi

  3. Giorgia Buran - martedì, 30 aprile 2013, 03:06 pm

    I pm di Roma sono convinti che Preiti abbia fatto tutto da solo. Non ci sarebbero infatti elementi tali da far pensare che abbia agito con complici o su commissione. Ma inquieta la tempistica dell’attentato – perché questo è, anche nelle prime ammissioni dell’uomo -: una giornata “simbolica” per la politica italiana. Inquieta la scelta di Palazzo Chigi: luogo emblematico del potere italiano. Inquieta l’obiettivo: i carabinieri, coloro che hanno il compito anche di difendere il potere costituito. Sarà l’esame della pistola usata da Preite (una Beretta calibro 7.65 che sostiene di aver comprato al mercato nero di Genova) a chiarire se dietro il suo gesto criminoso ci sia altro. Che qualcosa ci sia, però, mi sembra plausibile: si è preparato meticolosamente, si è allenato sparando nelle campagne di Rosarno, sapeva come colpire (ha sparato ad altezza uomo, nei punti non protetti dai giubbotti antiproiettili). Insomma ha agito come un killer. E poi si è recato a Roma in auto perché – così è stato detto – recentemente aveva preso una multa salatissima e non voleva rischiarne un’altra. Ma se uno vuole uccidersi – come ha detto – perché mai dovrebbe preoccuparsi di non prendere una multa? La pista della ‘ndragheta è sicuramente da percorrere. Ma va ricordato che la mafia calabrese non ama agire con gesti plateali. In questi anni di conquista del nord del Paese e del mondo (è la criminalità organizzata più potente insieme ai cartelli messicani) ha agito in sordina, facendosi sempre più potente e influente negli affari leciti e illeciti e nella politica (basti ricordare le recenti inchieste sui voti di scambio in Lombardia): la ‘ndrangheta può fare valere le sue ragioni criminose attraverso azioni meno eclatanti, ma più subdole ed efficaci. In modo silenzioso, spregiudicato e pressante su chi è stato finora il suo referente nelle stanze dei bottoni della politica. Vale prendere in considerazione anche l’ipotesi che, in una situazione di altissima tensione sociale qual è quella che stiamo vivendo, riprenda vigore il fronte del terrorismo interno: la crisi economica ha trasformato la nostra società in una bomba a orologeria e gruppi estremisti potrebbero alzare pericolosamente il tiro.

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